Parrocchia di Nostra Signora del Santo Rosario - note storiche

venerdì 8 dicembre 2000

La parrocchia di Nostra Signora del Santo Rosario comprende la chiesa parrocchiale, la chiesa di san Giuseppe e quella di san Rocco.

La Chiesa di Nostra Signora del Rosario, più comunemente detta, della Madonna del Rosario fu promossa ed iniziata dal domenicano padre Giovanni Macrì nel 1538. Per la sua costruzione si rese necessario abbattere la quattrocentesca chiesa di S. Leonardo e la sua ultimazione, curata dall’architetto dell’ordine dei predicatori fra Antonio Frini e finanziata dalla città e dal regio patrimonio, si protrasse sino al 1580, con ulteriori lavori di perfezionamento, consolidamento ed abbellimento, che interessarono persino il primo trentennio del secolo successivo.

L’esterno
Il disegno della facciata è semplice e severa espressione dei canoni cinquecenteschi. Vi si colloca appieno il portale che poggia su due semicolonne con capitelli corinzi dal timpano manieristico dalle doppie linee sovrapposte ed integrate con dei labbri aggettanti.
Nella parte superiore del prospetto di taglio tardo-rinascimentale, si apriva un grande oculo, poi sostituito nel 1705, da un’elegante finestra rettangolare.
L’ingresso era a sua volta fiancheggiato da due alti oculi minori. Nel 1790 fu operata l’ennesima alterazione con le due finestre rettangolari prive di cornice.
Le piccole vele che raccordano le due sezioni del prospetto sono una piccola testimonianza delle due grandi volte ornamentali esistenti sino ai restauri settecenteschi, che inquadravano il frontone.
Ai due estremi, su due piccoli basamenti, si elevano due pigne in pietra di disegno tardo barocco. Il portale laterale ha sostituito nel 1705 una più modesta architettura a banda larga.


L’interno
Si presenta su un impianto rinascimentale a tre navate con cinque archi a tutto sesto che poggiano su quattro colonne e due semicolonne monolitiche in pietra con capitelli tuscanici.
Il soffitto di ciascuna navata è partito in cinque crociere settecentesche a stucco già tutte decorate in oro come è possibile osservare nella sezione terminale della navata sinistra dell’ingresso: altari di S. Gerolamo e della Madonna del Rosario. Altro esempio di come abbiano inciso gli interventi settecenteschi, ci è dato dagli otto altari laterali, ricoperti ed alterati da decorazioni a stucco operate nel 1787 dal messinese Letterio Crisafulli autore delle altre decorazioni a gesso che hanno interessato l’intero edificio ed in precedenza, circa 1779, dei decori del teatro comunale.
Otto altari distribuiti sulle due navate. Su quella di destra, entrando, il primo – in muratura con paliotto in tela dipinta ad olio – è dedicato a “S. Vincenzo Ferreri” con bella statua a tutto tondo in legno policromo del Santo fatta scolpire dalla famiglia Lo Presti, patrocinatrice della cappella, nel 1692 da “Maestro napoletano”.
Il secondo in origine dedicato a S. Michelangelo, ha un altare in legno del settecento ed una coeva pala d’altare nella quale sono raffigurati “La Vergine, S. Caterina, S. Tommaso e S. Pio V Papa”, dipinto da F. Iannelli (Castroreale). Sulla porta che conduce al chiostro ed agli antichi locali di sagrestia è collocato il quadro della “Madre di Dio Nuestra Senora de los desamparados de Valencia” (la Madonna degli abbandonati) già sul terzo altare di sinistra dell’antica Chiesa dei Cappuccini e dono degli spagnoli residenti a Milazzo (1676).
Il paliotto ligneo con intarsi in madreperla dell’altare successivo, già dedicato a S. Caterina da Siena, proviene dall’altare maggiore dell’antica e citata chiesa dei Cappuccini.
L’ultimo altare (lavoro ligneo pregevole dell’ultimo settecento) recava una tela di S. Domenico, cui era dedicato, dipinta nel 1687, restaurata con pesanti ridipinture nel 1891 dal Cappuccino P. Antonio Balsamo da Motta S. Anastasia e trafugata nel 1972. Qui ha trovato recente collocazione la vara in cartapesta della “Madonna del Rosario” di Luigi Guachi da Lecce, 1916.
Sulla navata di sinistra, sempre a partire dall’ingresso, il sepolcro gentilizio in marmo e stucco della famiglia di Nicola Cumbo (1625) precede il primo altare già patrocinato dai D’Amico e poi dai Cumbo con mensa in marmo bardiglio del secondo Ottocento di mediocre fattura. Di considerevole valore artistico e bellezza il sovrastante “Crocefisso” in legno collocato su paramento decorato di massima fattura.
Fu realizzato dal frate Cappuccino Innocenzo da Petraia (al secolo Giovanni Calabrese, 1592-1648), scolpito tra il 1644-45, ultimo biennio della sua lunga permanenza a Milazzo, per committenza di Don Francesco Paolo D’Amico “ecc.mo Giudice di questo Santo Ufficio”. Fu issato e benedetto nel solenne anniversario di S. Domenico.

Segue l’altare ligneo con quadrone rettangolare del tardo Seicento di autore ignoto che dentro una cornice intagliata e dorata raffigura “la gloria di S. Domenico”. Sull’architrave dell’ingresso laterale una cornice mistilinea in stucco supporta una piccola tela del settecento “S. Domenico e l’Angelo”, attribuibile al pennello di Domenico Giordano, circa 1789, autore degli affreschi.
Il terzo altare reca un paliotto ligneo decorato in azzurro e oro con al centro lo stemma patrizio dei Cumbo. Proviene dalla vicina cappella del Crocefisso rimosso nel tardo Ottocento con la costruzione dell’altare marmoreo. La superiore tela rettangolare, collocata in una cornice lignea identica a quella del secondo altare, è “S. Girolamo”. Bellissima opera firmata dal messinese Giovanni Tuccari (1667-1743) dipinta nel 1694 e collocatavi l’anno successivo.
L’ultimo altare presenta un paliotto marmoreo del primo settecento con il doppio stemma gentilizio dei D’Amico. La parte superiore eseguita con un altro marmo si presenta difforme: stile neoclassico, primo decennio del XIX secolo. La tela della “Madonna del Rosario”, con S. Domenico, S. Caterina, S. Vincenzo Ferreri e due fedeli, è attribuibile al castrense Filippo Iannelli (operante tra il 1665-80). I quindici quadretti ovali decorati in bronzo riproducono “I misteri del Rosario”.
Sul terzo altare ha trovato collocazione la preziosissima Custodia cappuccina (ciborio) qui trasferita dall’antica chiesa dei cappuccini. Attribuito impropriamente ad altri autori, è opera documentata del citato P. Innocenzo da Pietralia, intagliatore dell’Ordine e scultore, che durante il suo quinquennio milazzese (1640-45) realizzò anche il già considerato “Crocefisso” e la “Machina lignea” del monumentale altare al centro del quale era questa custodia. Architettata su tre ordini, il Tabernacolo dalla porta madreperlata era fiancheggiato dalle statue di S. Pietro e di S. Paolo raffigurati con i loro attributi ai quali si accompagnavano le effigi degli altri dieci Apostoli posti sui troni aggettanti.
Sull’ordine più alto la perduta statuetta dell’Immacolata posta dentro una cappelletta ad intarsi. La composizione architettonica dell’intera opera è valorizzata ed impreziosita da delicate colonnine tortili, dalle trabeazioni aggettanti, dalle belle volute ornamentali e dalla nuda scenografia della scala. In alto l’effige di “S. Bonaventura” (ex chiesa dei cappuccini)tela del settecento in cornice lignea della quale abbiamo già riferito trattando, sulla navata opposta del dipinto di S. Antonio da Padova.
L’altare Maggiore è in marmo policromo e bassorilievi in bianco di Carrara. Quelli superiori raffigurano due episodi del Vecchio Testamento: il sonno di Giacobbe e Caino che uccide Abele. Due belle statuine lignee in nicchia (S. Domenico e S. Tommaso), affiancano il tabernacolo. Di stile neoclassico e fu eretto nel 1809 per volontà del Provinciale dei Domenicani, il milazzese Rosario Colonna, assunto all’alta carica nel Capitolo dell’anno precedente. Sostituì un fatiscente altare ligneo del 1596 donato dal Barone Vincenzo Crisafi. Nella committenza del nuovo altare marmoreo si rileva che il vecchio altare fu realizzato dall’intagliatore lignario Vincenzo Paolo da Milazzo che nel 1599 e nel 1603 sarebbe stato annoverato tra i “magisteri legnaioli” impegnati a Palermo nella chiesa della Catena e presso l’oratorio della Chiesa di S. Giuseppe dei Teatini. Difatti in origine tutti i nove altari della Chiesa erano interamente in legno. Oggi, laddove i paliotti non sono marmorei o lignei, sussistono alcuni realizzati in stoffa dipinta o decorata.
Fiancheggiano l’altare maggiore due tribune con balaustre lignee per i musici e i cantori. A sinistra di chi guarda un pregevole organo del XVIII secolo restaurato nel 1989. Bellissimo per la struttura architettonica tripartita, delimitata da quattro eleganti paraste e ornata da trofei e volute con elegante intaglio e decorazione bicroma. Altro intaglio ed altra decorazione bicroma si ritrovano nei parapetti mistilinei delle due tribune. I retrostanti dieci stalli del coro ligneo, tutti allineati nella parete di fondo, sono del 1611 e recano resti di superiori decorazioni e tralci floreali applicati nel secolo successivo. Furono eseguiti su commissione della “Confraternita di S. Domenico del SS. Nome di Gesù” dall’intagliatore Vincenzo Paolo da Milazzo.
Il quadrone rettangolare che campeggia su tale parete raffigura “Gesù che guarisce un paralitico”. Forse opera di Domenico Giordano (circa 1789) è stato restaurato nel 1994 unitamente alla tela mistilinea laterale posta sulla parete sud: “S. Pio V Papa” di artista ignoto del settecento.

Nell’entrata a destra ha trovato provvisoria collocazione il quadro della “Madonna dell’Itria o Odigitria” in origine nella Chiesa dei Cappuccini. Culto risalente all’antica chiesa orientale e che secondo l’iconografia ortodossa di Costantinopoli, attribuita all’evangelista S. Luca, ritrae la Vergine con il Bambino in grembo, portati a spalla da due monaci brasiliani.
Il pulpito ligneo ottagonale del secondo settecento è addossato all’ultima colonna di destra.
Le due acquasantiere poste ai lati dell’ingresso principale del XVIII secolo, sono di marmo bianco di S. Marco d’Alunzio.
Il soffitto della navata centrale è marcato da vivaci affreschi del messinese Domenico Giordano (1764-1827). Nel comparto centrale, firmato e datato 1789, è raffigurata “La gloria di S. Domenico”. Le altre due sezioni illustrano “S. Domenico che brucia i libri degli eresiarchi” e “S. Domenico con i Santi Pietro e Paolo”.
Nel presbiterio “L’Assunzione della Vergine”.
Sull’arco di trionfo, rutilante stemma domenicano (Letterio Crisafulli 1787) con un motto che sottolinea (“Domini Canes” – Cani del Signore) l’origine, la fedeltà e la finalità dell’Ordine monastico, espressione di fedeltà e vigilanza verso Dio e la Chiesa.
Tra i sepolcri gentilizi, notevoli quelli degli Impallomeni, Zirilli, Ventimiglia e Marullo. Nella cripta sottostante l’altare maggiore, è sepolto il Conte di Lignaville, piemontese, figlio del governatore di Torino, deceduto nel 1719 nel corso dell’assedio spagnolo di Milazzo.
Dal 1968 la Chiesa, elevata a parrocchia è stata affidata alla cura dei Padri Cappuccini. Gli ultimi restauri al tetto e al pavimento risalgono al 1984.
Dal 17 Dicembre scorso i Padri Cappuccini hanno lasciato la Parrocchia, che è ritornata alla diocesi di Messina ed affidata alla cura pastorale di Mons. Gaetano Modesto.

 
 
 

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